Hauge, Diaz e il Milan di chi non t’aspetti

La vittoria contro il Celtic in Europa League ha confermato che questa squadra non è soltanto lo straordinario talento di Donnarumma, l’esperienza di Kjaer, il genio di Calhanoglu e la classe infinita di Zlatan Ibrahimovic. Oltre a questa importante e fondamentale spina dorsale, c’è infatti anche un altro Milan: quello degli ‘underdog’, quello di chi si è riscattato dopo partite deludenti e di chi fino ad ora era poco considerato.

È il Milan di Davide Calabria, rossonero fino al midollo e preso a male parole da critica e dai tifosi. Ma è anche quello di Samu Castillejo, Alexis Saelemaekers, e Jens Petter Hauge: arrivati a Milanello tra le perplessità di tutti. Ed è anche quello del talento di Diogo Dalot e Brahim Diaz: ignorati e prestati da United e Real Madrid e scovati dal nulla dal fiuto di chi ha portato a Milano quel fenomeno di Theo Hernandez.

L’importanza di essere una squadra

Se oggi siamo dove siamo, se possiamo guardare la classifica sorridendo come mai abbiamo fatto negli ultimi anni e se possiamo andare a letto felici dopo una qualificazione europea, lo dobbiamo anche a loro: a quei giocatori che partendo dalla panchina danno il loro importante contributo. E la storia insegna che per vincere scudetti e coppe servono anche seconde linee di qualità e soprattutto di affidabilità.

Lo sa molto bene anche Stefano Pioli, uno degli allenatori più sottovalutati del nostro calcio, che dopo la vittoria con gli scozzesi ha ripetuto il suo mantra: ‘Siamo stati squadra‘. Niente di più vero. Oggi il Milan non è solo una manciata di campioni, ma è sopratutto un gruppo compatto…una squadra, appunto. Perché non serve a nulla riempire la rosa di talenti o pseudo tali se poi non riesci a metterli insieme e a farli correre tutti verso un’unica direzione. 

 

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